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Cibo e scrittura, non stiamo dimenticando qualcosa?

Parliamo tutti di cibo e alimentazione, ma forse non lo stiamo facendo nella maniera giusta

Tra i tanti nomi che possiamo trovare per l’epoca che stiamo vivendo, uno dei più attinenti e meglio calzanti potrebbe sicuramente essere quello di Epoca del Cibo 2.0. Ci raggiungono ogni giorno pubblicità di libri di cucina nelle vetrine delle librerie, non possiamo entrare su Facebook senza venir distratti dall’articolo scritto dal food blogger del momento, e la sera mentre siamo a tavola in televisione veniamo conquistati da chef stellati che ci spiegano come sia facile cucinare piatti che a loro hanno richiesto anni d‘esperienza, (ma non preoccupiamoci, con un po’di pratica sapremo replicarli alla perfezione!).

Da dove arriva questa spasmodica attenzione verso l’atto più naturale che esista? Ogni giorno cuciniamo, mangiamo e ci sediamo a un tavolo, perché tutto questo è diventato così interessante? Cibo e narrazione viaggiano su due binari paralleli che non si sono mai trovati vicini come in questi tempi. In passato questo binomio si è ripetuto innumerevoli volte nella storia, miti e leggende aventi spesso al loro interno elementi che avevano a che fare con l’alimentazione si sono tramandati di generazione in generazione sin dalla comparsa dell’uomo sulla terra. L’arrivo della scrittura certifica un unione già viva e ben presente in qualunque cultura del mondo, portandola nelle poesie, nei romanzi, nei trattati…il cibo diventa simbolo di benessere economico nella sua abbondanza, di miseria quando viene a mancare, assume contorni inquietanti quando usato per avvelenare qualcuno, rappresenta il principale e più ovvio simbolo di diversità tra due culture lontane.

Se in passato la trascrizione di ricette era pratica privata, con magnifici diari da tramandare ai propri discendenti da parte di nonne che avevano imparato sul campo l’arte culinaria, oggi scrivere di cucina è diventata attività pubblica, ostentata e quasi narcisistica nella sua manifestazione più nota, i Food Blog. Un fenomeno che dagli Stati Uniti è arrivato come un uragano nel vecchio continente, dove ha trovato terreno fertile vista la maggiore attenzione data all’alimentazione rispetto ai nostri dirimpettai d’oltreoceano. I blog di cucina nascono e muoiono ogni giorno, e dal web hanno pian piano invaso librerie e talk show, fino a diventare onnipresenti nelle nostre vite.

In questa orgia di sapori, ricette e consigli non richiesti si è perso di vista l’importanza sociale del cibo, un aspetto meno pratico ma fondamentale che viene quasi totalmente ignorato nella trattazione dell’argomento culinario oggi. Nessuno si ferma più a riflettere sull’importanza dei momenti passati attorno a un tavolo, si trascura quasi interamente l’aspetto emozionale che dovrebbe esser sempre presente quando si pretende di narrare qualcosa, fosse anche la più prosaica e ripetitiva. Soprattutto per la cultura italiana il pasto non è quasi mai semplicemente un momento in cui ci si ferma per metter qualcosa dentro lo stomaco, ma assurge quotidianamente a momento di aggregazione fondamentale per il nucleo familiare, un oasi di libertà dallo stress giornaliero che ci si guadagna per poter far respirare il cervello e stare con delle persone a cui vogliamo bene.

L’aspetto sociale dei pasti è vastamente sottovalutato e ignorato da chi pretende di occuparsi di cucina affidando l’aspetto emotivo semplicemente a delle fotografie o dei video, che per quanto belle non potranno mai raccontarci cosa c’è veramente dietro a un piatto. Ci si limita a stilare lunghi elenchi di ingredienti e procedure per ottenere piatti buonissimi, senza sprecare neanche due righe per l’occasione in cui questa prelibatezza sarà degustata o le persone che condivideranno con noi quell’ennesimo capolavoro culinario da grandi chef. Così come il banchetto medievale era il momento in cui si fortificavano le amicizie e si stringevano nuove alleanze oggi ci raduniamo attorno a una tavola imbandita per celebrare gli avvenimenti più importanti della nostra vita. Manca totalmente nella nostra contemporaneità così satura di articoli, messaggi, post…una narrazione che si soffermi sugli aspetti sociali del cibo, che ci parli di cosa avviene attorno all’atto pratico del mangiare e contestualizzi una ricetta o un particolare piatto all’interno di un quadro generale che ne possa esaltare, ben al di là della qualità dei suoi ingredienti, i meriti e le peculiarità.

Ci si sofferma inoltre in maniera altrettanto sporadica sul percorso che un ingrediente ha dovuto compiere per arrivare alla nostra tavola, pretendendo di ridurre la sua storia esclusivamente ai valori nutrizionali, sicuramente molto importanti, ma che nulla ci dicono di come quel particolare alimento da millenni intersechi la sua storia con quella dell’uomo. Non si perde tempo a spender due parole sul legame che intercorre tra un frutto e il suo territorio, sul ruolo che ha avuto nell’economia di una popolazione, sulle storie e i miti che lo accompagnano. Si parla oggi più che mai di cibo in tutte le sedi, ma senza fermarsi ma riflettere ed analizzare l’enorme influenza che questo ha sempre avuto sulla cultura dei popoli.

La dieta mediterranea non è importante perché si mangia il pomodoro o l’olio o il pane, ma perché prevede un percorso di appropriazione di valori che fa sì che essa funzioni perché ‘condita’ da altri ingredienti che sono la tradizione, il rispetto delle persone e il legame con la natura. Il pane, ad esempio, è un prodotto della terra, ma è anche il frutto di un percorso globale in cui l’uomo si inserisce: l’uomo dissoda, lavora la terra, semina, segue la crescita della pianta e facilita ciò che è il prodotto della natura. Ricordandolo, emerge la valenza del lavoro dell’uomo. Il pane non rappresenta l’alimento specifico con tot carboidrati o enne calorie, ma il lavoro dell’uomo arricchito dalla generosità della terra” Così osservava Piernicola Garofalo presidente della Fiedamo, la Federazione Intersocietaria di Endocrinologia, Diabetologia, Andrologia, Metabolismo e Obesità

Per arrivare a capire quanto l’argomento cibo sia molto più di quello che pensiamo ci basterebbe tenere un diario delle occasione della nostra vita nelle quali il cibo ha avuto un ruolo fondamentale, ci accorgeremmo ben presto di conservare un assortimento preziosi frammenti di felicità il cui filo conduttore è stato un gesto quotidiano che troppe volte diamo per scontato. La parola conviviale oltre a riferirsi ad una riunione attorno a un banchetto ha anche il significato di leggerezza, un sentimento che accompagna sempre i nostri momenti più spensierati e felici. Tenere in vita quelle sensazioni attraverso la scrittura sarebbe esercizio utile, nonché un enorme valore aggiunto alla ricetta legata a quella occasione, in modo che ogni volta che decideremo di riproporla non potremo fare a meno di darle un significato intrinseco molto più profondo di quanto non avremmo pensato. Il banchetto della memoria verrà così alimentato da sempre più portate, tornare a sederci alla tavola dei ricordi sarà una delle esperienze più piacevoli che ci possano essere, al pari di un piatto preparato dal miglior chef stellato.

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