Le emozioni non sono tutte uguali – di Paolo Longarini

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Solo delle brutte persone iscritte al club Amici di Iriza Legan, cuochi da Instagram, criptoimbecilli da pancetta al posto del guanciale, loschi individui al bancone di un bar presi nell’atto di scegliere la pillola blu per andare nella tana della Bianconiglia, potrebbero pensarla diversamente.

Le emozioni, dicevo, non sono tutte uguali.
Pensa alla mattina di Natale.
Cercavi di rimanere sveglio nella speranza di beccare il ciccione, non riuscivi mai nell’impresa e ti addormentavi. Poco male, i rumori provenienti dalla cucina erano lo sparo che aspettavi per precipitarti in salone. Senza pantofole, senza calzini, senza paura, dimenticando qualsiasi istinto di conservazione, hai sempre rischiato di essere il precursore dei cinepanettoni inaugurando la serie con Natale al Pronto Soccorso ma nulla, davvero nulla, poteva mettersi tra te e il bisogno di arrivare a quel pacco treniniforme, insulsamente ricoperto di inutile carta colorata e scintillante.
Il regalo, certo, era importante.
Mai quanto giocarci con tuo padre, vederlo inginocchiato accanto a te intento nel difficile compito di decifrare un geroglifico ferroviario indicante il corretto posizionamento delle rotaie, sorridere di tutte queste finte difficoltà mentre elaboravate insieme un sistema viario su cui baserai tutte le tue future città in Sim City. Il trenino era la manifestazione finale di giornate in cui eri stato ascoltato, capito e amato, qualcuno era uscito da casa e aveva cercato proprio quella locomotrice, inventato scuse per creare attesa e sorpresa, approntando un nascondiglio nascosto nascostoso dove i tuoi occhi di bimbo non potessero mai arrivare.
Qualcuno aveva avuto grande cura di te.
Le rifiniture dei vagoni, i finestrini apribili, le piccole viti visibili solo quando la luce le colpiva direttamente facendole apparire brillanti, rubare il muschio dal presepe per metterlo accanto ai binari e immaginare un paesaggio visto solo da Heidi e il nonno. Tutto questo serviva solo a confermarti che nulla era importante come il sentirti amato dalle due uniche due persone esistenti al mondo (a parte il tuo amico Pietro Busazzi detto Mocciodicane, naturalmente) e il costruire in maniera inconsapevole l’uomo che saresti diventato in futuro.
L’oggetto era importante, dimostrava e rendeva tangibile l’amore nascosto.
Il bambino non poteva certo rendersene conto, l’adulto che ha ritrovato in soffitta una locomotiva impolverata, sì.

Adesso sei uomo, le tue emozioni sono cresciute con te e cercano altri mezzi espressivi. Inevitabilmente digitali.
Il bip del telefonino è sempre e comunque fastidioso, la visualizzazione di un bonifico regala sollievo, ci mancherebbe, leggendo un messaggio arrivato da una persona importante, sorridi.
Sei pronto a rispondere, le dita corrono veloci sulla tastiera a formare nuovi vocaboli formati da contrazioni giovanilistiche, usi lettere di cui non ricordavi nemmeno bene l’esistenza o la posizione nell’ordine alfabetico, chiudi con l’immancabile faccina. Passano pochi minuti e torna un sorriso di rimando. Ne vuoi ancora, non smetteresti mai.
E’ bello sentirsi felici.
Il semaforo diventa verde e suonano per passare, la scala mobile è piena ma ti spingono per superarti, un albero spuntato nella notte laddove ieri non c’era interrompe la tua camminata, riportandoti bernoccolamente alla realtà. E tutto ricomincia. La sensazione di benessere si protrae per un po’ fino al pranzo, la cena, il lavoro e, finalmente, l’incontro.

Fine.

Tutto è diventato veloce. Immediato. Conservi nel telefonino decine di conversazioni, alcune, giocoforza devi cancellarle ogni volta, ma sono lì. Come le tue fotografie.
Digitali.
Tutto questo fa presa su di te, rileggerle è bello.
Lo senti il “ma” di sottofondo, vero?
Adesso pensa all’ultima lettera che hai ricevuto.
Ormai ti avvicini a quell’anacronistico artefatto denominato cassetta della posta aspettandoti sempre le stesse cose: una bolletta, degli avvisi, le immancabili pubblicità, l’offerta di tre cassette di vino a 24 euro con un navigatore in omaggio. L’unica personale viene dal Comune: ti vuole talmente tanto bene da mandarti una foto scattata mentre guidavi.
Questa è semplicemente posta.

Pensa invece a una Lettera.

La sorpresa di trovare un rettangolo bianco con qualcosa di gonfio dentro, non piegato perfettamente da un sistema automatico, con il tuo nome e l’indirizzo scritti a mano in una calligrafia non immediatamente riconoscibile perché, ormai, nessuno di noi saprebbe riconoscere la scrittura di un amico al primo colpo.
Qualcuno si sta prendendo cura di te adesso. Ha cercato uno di quei diabolici oggetti denominati penne per tutta casa, frugando nei cassetti e tra i ripiani fino a trovarne una. Guardalo mentre ne struscia velocemente la punta sul tavolo provando a riportarla in vita, osservalo mentre tenta la rianimazione con la tecnica Superciuk fino a ottenere uno scarabocchio su un foglio.
Adesso ricorda dove conservi quelle che ricevevi da ragazzo.
Il rumore della cassetta della posta quando la aprivi, le volte in cui hai pensato quanto fosse ridicola la chiave di quella minuscola serratura e quante volte l’hai persa, la frenesia, sentirne l’odore, a volte il profumo ed essere incendiati dalla voglia di aprirla.
Sorridere nello scoprire che era un foglio di quaderno, fregandosene dei bordi frastagliati dallo strappo irregolare, trovarci un disegnino, un segno di penna, un odore.
Leggerla. Rileggerla. Farlo ancora.
La carta è stata albero, era una cosa viva: sapeva le primavere, le notti d’estate, i freddi d’inverno. E sta vita se sente, come diceva Oscar.
La carta ha una grana, una consistenza. Un odore. E’ qualcosa che ti permette di sentire i polpastrelli di chi ha tenuto in mano quel foglio, quel quaderno e ci ha trasferito sopra qualcosa. Attraverso quella carta puoi toccare le dita che hanno bevuto una birra con te, si sono accese una sigaretta, puoi vederle muoversi nell’aria in un tipico movimento che solo loro fanno. Solo quelle dita. Non altre.
Sentirsi amati fa impazzire: in autobus vedi qualcuno baciare un telefonino e lo prendi per scemo; se porta alle labbra una lettera, sorridi per la fortuna di aver incontrato uno scemo innamorato.

Ci sono generazioni che hanno perso il contatto con l’emozione della carta e altre che non l’hanno addirittura mai conosciuta.
Questo è male.

Scegliete una persona che amate.
Scrivetele.
Non un cartoncino di auguri, scrivetele una lettera.
Se è lontana, se non potete contattarla per altri motivi, scrivetele su un taccuino, scrivete ogni volta vi ritroverete a pensarla. Troverete poi il modo di farglielo avere.
Prendetevi cura di lei, fatele il regalo migliore che possa mai ricevere.
Sorprendetela.

Le emozioni non sono tutte uguali.
Quelle belle, hanno bisogno di essere toccate.

Comments (9)
  1. Andrea ha detto:

    Sei uno scrittore, di quelli che si meritano la carta su cui vengono stampate le loro parole.
    Grazie.

  2. Raffaella Mignano ha detto:

    Grazie Paolo. Commovente, meravigliosa… grazie davvero.

  3. Marzia ha detto:

    Grazie! Bellissimo!

  4. Ennio ha detto:

    Bravo Paolo, non ti molliamo più.

  5. Enrico ha detto:

    BRAVO!!! Grazie

  6. Marco ha detto:

    Leggerti, sono talmente emozionato che non so come scriverlo… ti capisco, capisco e condivido. non troppi mesi fa mi son trovato a voler esprimere qualcosa di importante ad una persona. una lettera quasi d’amore diciamo. per dargli l’importanza che meritava ho cercato la carta giusta – e che fatica! non volevo ovviamente usare la carta da fotocopie – la penna giusta – non potevo certo usare una bic – e l’ho scritta e riscritta per ottenere una grafia quantomeno leggibile – l’ultima volta che scrissi a mano qualcosa che non fosse un appunto, fu nel 2000 credo – e tutto questo, almeno per me, ha aggiunto un grosso valore al contenuto… Purtroppo la missiva non ha ottenuto l’effetto sperato, ma questa è un’altra storia.

  7. Manu ha detto:

    Le mie emozioni hanno mille voci diverse…da un po’ di tempo si è aggiunta anche la tua. Grazie Paolo.

  8. Anastasia ha detto:

    Tempo fa qualcuno mi scrisse una lettera dai bordi frastagliati. C’erano scritte delle promesse. E’ strano notare come siamo tutti più vulnerabili di fronte a parole scritte a mano. Ci avevo creduto. Certo, se qualcuno addirittura avesse la costanza di scrivermi un taccuino di pensieri, credo rimarrei nuda e vulnerabile di fronte a un gesto così forte.
    Fortunato chi vive amori così.

  9. Silvia ha detto:

    Oltre allo stile, piacevolissimo da leggere, fa piacere immedesimarsi e sapere di non essere i soli a immaginare per (soprav)vivere.
    Grazie per aver condiviso 🙂

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