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Il delitto quasi perfetto – di Luigi Sorrenti, 1° parte

 

Ero seduto davanti alla TV a guardare un vecchio film con Grace Kelly, quando squillò il telefono. Sapevo già chi fosse, cosa avesse da dirmi e soprattutto perché.
Sospirai e alzai il ricevitore. Dall’altro capo della linea mia moglie annunciava che sarebbe rientrata a casa molto tardi. La noiosa cena di lavoro andava per le lunghe.
Annuii e riattaccai. Era quasi mezzanotte.
Voltai lo sguardo verso l’albero all’angolo opposto della stanza. Un paio di luci, qualche addobbo, nessun regalo. Un abete enorme e quasi completamente spoglio. Senza calore, senza gioia. Come il resto della casa. Come le nostre vite.
Eravamo arrivati a un punto di non ritorno. Mia moglie apparteneva a un altro. Non era un grosso problema, certo, ma ormai non faceva più nulla per nasconderlo. E questo non andava affatto bene. Significava che non aveva più alcun interesse a tenere in piedi il nostro assurdo matrimonio. Era il capolinea, gente, con tutte le conseguenze del caso.
Avevo intercettato quegli stupidi messaggi d’amore con una facilità disarmante. Il poveraccio che aveva perso la testa per l’affascinante, bionda, annoiata e ricca mogliettina dell’alta società, era un tale dai modi affettati e il linguaggio forbito. Si spacciava per poeta e si firmava con una “L”. Un dannato Luigi o Luca. Un fottuto intellettuale che sperava di prendere il mio posto.
No, amici, capite bene che non potevo permetterlo. Spettava a me scrivere la parola fine. Dovevo solo decidere come, se chiudere quel lungo capitolo da divorziato o da vedovo. Con un’unica ma significativa differenza: nel primo caso avrei perso tutto, nel secondo invece…
Va bene, inutile negarlo a questo punto. Non era affatto una questione di onore e tradimento. Ero completamente al verde, i quattrini in casa li portava lei. Non solo. Capita a tutti di attraversare momenti difficili, ma non a tutti succede di sottrarre denaro dal capitale sociale della propria azienda. Soldi. Tanti soldi. Il buco era divenuto una voragine e il tempo a disposizione si stava quasi esaurendo. Lo spettro della galera si stagliava sempre più nitido di fronte a me.
Emisi un brutto gorgoglio scrollando teatralmente il capo. Ritornai a guardare l’enorme televisione al centro della sala, una bestiolina da seimila euro dentro la quale Alfred Hitchcock stava con sapienza srotolando la sua idea di delitto perfetto.
Almeno fino ad allora avevo sempre giudicato il piano ordito in quel film troppo complicato. Mi ero spesso chiesto perché ricorrere all’ingombrante presenza di un terzo incomodo nelle vesti di killer, quando per assassinare la propria moglie si potevano trovare un centinaio di soluzioni molto più semplici. Dalla fuga di gas, al tentativo di rapina, non escludendo a priori un guasto ai freni, un incidente in piscina o – perché no? – un malore improvviso.
Anima pura e candida qual ero!
Fu in quel preciso istante che mi resi per la prima volta conto della triste verità. Quando moriva la moglie, il marito era sempre il primo sospettato. E se poi la defunta era una multimiliardaria, figlia del magnate dell’editoria, il consorte indebitato fino al collo finiva dritto in carcere senza neanche passare dal via.
No. Il delitto perfetto non era proprio come andare a fare la spesa al supermercato. E doveva per forza prevedere la presenza di un estraneo.
Alla fine aveva ragione il buon vecchio Alfred. Dovevo mettere in piedi un piano omicida molto simile al suo, senza tuttavia quel piccolo, insignificante particolare che ne aveva minato credibilità e riuscita. Il sicario prezzolato, duro e senza scrupoli, nell’arduo compito di assassinare l’indesiderata consorte, sola e indifesa, completamente ignara del proprio destino e per di più al telefono, le aveva prese di santa ragione. E nel giro di un batter di ciglia si era ritrovato un paio di forbici nella schiena.
Un delitto perfetto con una pecca. Grossa quanto la Groenlandia.
Imperdonabile. Ma a me sarebbe andata diversamente. Ne ero convinto.
Da quel momento in poi passai intere notti, con lei che dormiva al mio fianco, a escogitare i piani più astuti, le trame più diaboliche, gli intrighi più contorti, l’omicidio più insolubile. Tutti con un disdicevole inconveniente. Mi avrebbero irrimediabilmente portato sul banco degli imputati.
Confesso, stavo quasi per abdicare, quando qualche giorno prima di Natale, in un pub del centro, incontrai Enzo. E tutti i miei problemi sembrarono svanire come neve al sole.
Fu probabilmente il destino a condurmi lì. Col senno di poi non ho altra spiegazione.
Rientravo a casa da alcune commissioni natalizie. Avevo stranamente voglia di camminare. Camminare e pensare, sentire il vento gelido del nord sferzarmi il viso. Covavo la speranza che mi facesse uscire dallo stato di torpore in cui mi ritrovavo. Da quel circolo vizioso in cui ero caduto. L’ammazzo, non l’ammazzo. Come, dove, quando.
Quella sera non andai dritto verso casa per piazzarmi davanti alla TV a escogitare nuovi piani uxoricidi. Allungai passando per il corso principale, sbirciando dentro i locali affollati, zeppi di gente e di rumori. Ristoranti, pizzerie, pub. Odori di spezie lontane e cucine esotiche si mescolavano nella mia testa. Gettiti d’aria calda all’ingresso dei negozi mi avvolgevano e inebetivano, vapori saturi d’effluvi salivano dai tombini per avvilupparmi in una spirale di tristezza e confusione. Per giunta cominciò a piovere. Mi riparai sotto una grondaia, una mano piena di buste, l’altra che cercava il telefono.
Fu allora che vidi l’insegna rossa del pub. Miraggio diceva. Luccicava in maniera spavalda, quasi a voler illuminare l’intera via. Fu un richiamo improvviso. Un invito perverso. Ne varcai la soglia. Mi sistemai in un posticino tranquillo. Ordinai una birra. E tutto cambiò.
Per puro caso Enzo venne a sedersi al tavolo accanto al mio. Solo, triste, dannato, annegava i suoi dispiaceri nel whisky.
Io avevo i miei problemi, ma lui sembrava messo ancora peggio. Indossava vestiti che indicavano una situazione economica quasi tragica. I segni sulle braccia non lasciavano dubbi sul suo passato da eroinomane.
Presi a fissarlo provando quasi consolazione per le mie sventure. Se io stavo toccando il fondo, Enzo aveva cominciato a scavare già da tempo.
Improvvisamente lui alzò lo sguardo. Mi guardò con i suoi occhioni spenti. Sollevò un braccio e la sua voce roca proruppe in un malconcio brindisi.
«Salute!»
Lo fissai a lungo. Aveva circa venticinque anni. Bei lineamenti ma viso estremamente provato.
«Alla tua» sorrisi.
Enzo mandò giù tutto d’un fiato. Il whisky sembrò sciogliergli il groppo alla gola. Si schiarì la voce. «La vita è dura, amico. Quando pensi che le cose stiano finalmente andando per il verso giusto, tutto finisce. E ti ritrovi nella merda. Come prima. Forse anche peggio.»
Annuii. Non sapevo bene cosa dire.
Lui rimase in silenzio. Aprì la bocca come per dire qualcosa. La richiuse. Scrollò forte il capo.
«Non te la passi bene, vero?» domandai a quel punto. Non so perché lo feci, non avevo certo voglia di fare conversazione con quel tipo, ma parlargli mi sembrava la cosa più giusta in quel momento.
Enzo non rispose subito. Si limitò a fissarmi con lo sguardo vacuo.
«Sicuramente me la passo peggio di te» gracchiò dopo aver rifilato una lunga occhiata obliqua ai miei vestiti firmati e alle buste da boutique accucciate ai miei piedi.
Feci spallucce e vuotai con un’unica lunga sorsata la mia birra. Con un cenno della mano chiamai il cameriere e ordinai due whisky. Uno per me, l’altro per Enzo.
«Grazie, amico.»
«Di nulla, ragazzo. Allora? Cosa c’è che non va?»
Silenzio dall’altra parte.
«Non ti va di parlarne?» provai ad insistere.
Enzo trasse un profondo sospiro. Era il preludio allo sfogo.
«Donne!» esclamò dopo un po’.
Dovetti sforzarmi per non ridere. Beata gioventù.
«Eh sì, a volte sono un bel guaio» mi limitai a dire.
«La mia mi ha mollato sul più bello.»
«Capita» affermai con un sorriso garbato.
Enzo mi guardò con aria perplessa. «Non ho un lavoro» aggiunse. «Non ho soldi. Sono sommerso dai debiti, ho sei mesi d’affitto arretrati e sto per essere sfrattato da casa! Va meglio ora?»
«C’è di peggio.»
«Sono finito in un brutto giro» rincarò lui quasi offeso. «In mano agli strozzini… ne va della mia stessa vita adesso.»
«Il diavolo è meno brutto di quanto si creda» provai a consolarlo.
«Il mio diavolo è parecchio brutto, te l’assicuro.» Distese le braccia e fece un cenno col capo a indicarmi i buchi sugli avambracci.
Stavolta non dissi nulla. Riflettevo.
«Ne sono uscito da un bel po’» ci tenne subito a precisare. «È stata dura… ma ora ho paura di non avere più la forza…» Gli occhi gli divennero lucidi.
Distolsi lo sguardo e mi affrettai a chiamare nuovamente il cameriere. Ordinai ancora da bere.
Rimasi a parlare con Enzo ancora a lungo. Più bevevamo e più le nostre lingue si scioglievano. E più ci confidavamo i nostri disagi, più avevamo bisogno di qualcosa di forte da buttare giù.
Per farla breve tornai a casa con una forte emicrania e una gran confusione nella testa. Mia moglie stava già dormendo.
Sdraiato sul letto con lei al fianco, mentre la stanza mi girava vorticosamente attorno, cercavo disperatamente di ricordare quanto mi fossi sbilanciato. Cosa dei miei propositi avessi detto a quel perfetto sconosciuto. Mi ero limitato a sondare il terreno o gli avevo addirittura proposto di ammazzare mia moglie in cambio di un bel po’ di quattrini?
Non avevo risposta. Giunsi alla conclusione che l’alcool non era propriamente il compagno ideale per chi voleva commettere l’omicidio perfetto. Promisi a me stesso di non toccare più un goccio almeno fino alla conclusione della vicenda.
Meno di un paio di giorni dopo i miei dubbi trovarono a ogni modo risposta.
Pomeriggio di Natale. Fuori freddo e gelo. Dentro casa il calore di un camino acceso, la tavola ancora imbandita e il cibo avanzato ordinatamente messo da parte dalla servitù. Mia moglie sul divano a sfogliare una rivista. Io impegnato in un’estenuante partita a ramino con mio suocero.
A rompere quel silenzio annoiato e austero fu il mio cellulare. Un numero sconosciuto apparve sullo schermo. Addussi una qualche motivazione di lavoro e mi allontanai per rispondere.
Era Enzo. Non ricordavo di avergli lasciato il mio contatto. Ma erano troppe le cose che non ricordavo di quella sera al Miraggio.
Risultò tuttavia una telefonata molto proficua. Con grande soddisfazione seppi di non aver commesso passi falsi. Avevo semplicemente accennato a un lavoretto da svolgere che gli avrebbe procurato un bel gruzzolo. Nulla di più.
Probabilmente Enzo aveva compreso potesse essere qualcosa di poco pulito, ma il bisogno di denaro e la convinzione che io fossi notevolmente ricco l’avevano portato a cercarmi ancora.
Gli diedi appuntamento per quella sera in un locale gay del centro storico. In mezzo alla bolgia della notte di Natale, nessuno avrebbe fatto caso a due uomini che in disparte avrebbero bisbigliato con fare complice fra loro.
Enzo fu puntualissimo. Forse un po’ a disagio attese il mio arrivo all’esterno del locale.
Lo vidi da lontano, appoggiato a un muro. Il bavero del giubbotto alzato, le mani in tasca, la sigaretta in bocca. Una posa che ricordava tanto il James Dean dei tempi d’oro.
In quel preciso istante capii che era l’uomo giusto per me e forse per la prima volta ebbi ogni cosa chiara nella mente. Tutti gli ingranaggi del piano che andavo elaborando ormai da tempo presero a girare ciascuno nel verso giusto. Ogni singolo particolare andò al proprio posto. Quasi sobbalzai nel realizzare che avevo trovato la soluzione a tutti i miei problemi. Il delitto perfetto era lì, nella mia testa. Ormai indelebilmente impresso a caratteri cubitali. Da qualunque lato lo studiassi non presentava alcuna falla.
Cominciai inspiegabilmente a sorridere. E sorridevo ancora quando mi parai di fronte a Enzo. Lo guardai dritto negli occhi. Sembrava una persona diversa dalla volta precedente. Una nuova luce brillava nel suo sguardo, una luce di speranza. Era chiaramente disposto a tutto per un bel po’ di soldi. E io gliene potevo garantire tanti. Eliminata mia moglie sarebbero state ben poche le cose che non mi sarei potuto permettere.
«Buon Natale» gli dissi stringendogli energicamente la mano.
Lui ricambiò la stretta con meno convinzione. Lo invitai a entrare. Prendemmo posto a un tavolo appartato. Ordinai da bere, poi condussi il discorso sulla sua vita. Volevo saperne di più.
Provò a protestare. «Non dirmi che siamo venuti qua per parlare di me.»
«Non ti va?»
«Mi hai accennato a un lavoretto che mi avrebbe fruttato bene.»
«Certo, e nessuno te lo toglie.»
«Di che si tratta?»
«Tempo al tempo, ragazzo. Presto lo saprai. Frattanto intasca questi.» Lasciai cadere due centoni sul tavolo. Lui sgranò gli occhi. Io sorrisi. «Servono a farti capire che non sto giocando.»
Enzo osservò a lungo i soldi con aria stralunata. Un leggero spasmo alla mano destra si tramutò in un intenso tremore. Moriva dalla voglia di intascarli.
Alzò gli occhi verso di me. «Non mi sembri un buon samaritano» dichiarò con aria che voleva apparire beffarda.
Sorrisi. «Prendili, Enzo. Sono tuoi.»
«No, calma» ragliò quasi senza fiato. «Perché quei soldi?» La sua voce si era alzata fino ad assumere un tono sottile e quasi isterico. Adesso tremava per davvero.
«Enzo, figliolo, quando imparerai a fidarti del prossimo?» domandai con finta benevolenza. Bevvi un sorso d’acqua fingendo di non badargli più. In realtà con la coda dell’occhio non perdevo nessuno dei suoi movimenti.
Enzo guardò prima me, poi i soldi, poi di nuovo me, infine ancora una volta i soldi. Alla fine, dopo un tempo che mi parve infinito, li intascò.
Era fatta.
A casa trovai mia moglie che bisbigliava guardinga al telefono. Non appena mi vide entrare in salotto riattaccò con aria colpevole.
«Chi era?» chiesi con noncuranza, trattenendo a stento un sorriso.
«Dove sei stato fino a quest’ora?» ribatté lei.
Chiudemmo con un nulla di fatto. Le feci un cenno con la mano e me ne andai letto. Mezz’ora dopo mi raggiunse. Era più di un anno che non facevamo l’amore, che non ci sfioravamo nemmeno.
Mi addormentai con la consapevolezza che ormai tutto stava per finire.
La mattina dopo aiutai mia moglie e le due cuoche a preparare il pranzo di Santo Stefano in un clima stranamente sereno. Scambiammo qualche commento sui regali del giorno prima e arrivammo persino a scherzare sul pranzo che ci attendeva. Tutta la sua sacra e importante famiglia era invitata a godere del nostro cibo e della nostra ospitalità.
Infornato l’arrosto, mi venne spontaneo darle un fugace bacio sulla guancia. Lei mi guardò sorpresa, arrossendo leggermente. Si sfiorò il viso con una mano e io per la prima volta mi chiesi come sarebbe stato se entrambi ci avessimo messo un po’ più d’impegno.
Fui colto da un’inspiegabile ondata di nostalgia, poi squillò il cellulare e quella strana sensazione svanì maledettamente in fretta.
Era Enzo. Mi allontanai velocemente.
«Ti sei deciso a dirmi di cosa si tratta, vecchio mio?» domandò lui senza giri di parole.
«Perché tutta questa premura?»
«Mi servono i soldi. Quelli di ieri li ho già usati per saldare una parte dei debiti . Tu mi hai detto che ne potrò intascare ancora parecchi. Ne ho un dannato bisogno.»
«Mi stai forse dicendo che sei disposto a tutto?»
Lo sentii esitare. Un po’ troppo a lungo forse.
«Sì» sospirò infine.
«Molto bene. Ma non è una cosa di cui poter parlare al telefono. Sei libero stasera?»
«Ancora? Non possiamo arrivare subito al dunque?»
Finsi di non aver sentito. «Sei libero stasera?»
«Sono sempre libero da un po’ di giorni a questa parte» rispose riluttante. «Dove ci vediamo? Al solito posto?»
Non mi andava di farmi rivedere nello stesso locale in sua compagnia. Non volevo essere ricondotto a lui nel remoto caso in cui le cose si fossero messe male.
«Fatti trovare sul 34 barrato» lo istruii. «Prendilo al capolinea, la corsa delle 19.36. Sistemati verso il fondo.»
«Sei serio?»
«Sono sempre serio. Al momento opportuno mi vedrai salire sull’autobus. È una linea sempre deserta, oggi più del solito.»
Quella sera stranamente mia moglie rimase in casa. Nessuna cena di lavoro. Nessun appuntamento dalle amiche. Nessun corso di latino-americano da seguire. Nessuna visita all’amante. Ora che ci pensavo erano diversi giorni che non metteva il naso fuori da casa. Così la cena con gli amici dovetti inventarla io.
Alle 19.42 in punto salii sul 34 barrato. Poca gente come previsto. C’era l’autista, una giovane coppia seduta davanti, una vecchina appostata nei pressi dell’uscita e sul fondo, strizzato in abiti stretti e logori, c’era lui, il mio caro Enzo.
Timbrai il biglietto e mi avviai lentamente verso gli ultimi sedili dell’autobus. Gli passai accanto senza degnarlo di uno sguardo. Lui fingeva di sfogliare un quotidiano. Presi posto immediatamente dietro di lui. Mi avvicinai con la testa fingendo di sistemarmi le scarpe e gli sussurrai qualche parola nell’orecchio.
«Cosa?» ruggì ripiegando velocemente il giornale.
«Abbassa la voce, idiota» sibilai. «Hai capito più che bene.»
«Tu sei matto come un cammello, amico. Io… io…»
«Calmati. Ho studiato tutto alla perfezione. Non correrai il minimo rischio.»
«Sì, ma… ma qui stiamo parlando di… di omicidio!» esclamò fra i denti.
«Lo so, grazie.»
«E… chi dovrei… ehm… fare fuori?»
«Questo lo saprai al momento opportuno. Mi interessa sapere se ci stai. Con i soldi che metterai da parte, risolveresti tutti i tuoi problemi e te ne rimarrebbero comunque abbastanza per fare una vita da nababbo per un bel pezzo.»
Enzo si prese il viso fra le mani. Emise un flebile singhiozzo. Nonostante tutto, continuavo a credere di non essermi sbagliato.
«Io… io… insomma… va bene i soldi. Ma non potrei mai… intendo… non ne sarei capace…»
«Io penso proprio di sì. Anzi, sarà semplice come bere un bicchier d’acqua se seguirai le mie istruzioni.»
«No… forse hai sbagliato persona, amico… io non sono pratico… e se… e se mi beccano?»
«Ti ripeto che se farai tutto ciò che ti dico, non c’è verso che succeda» dichiarai con assoluta certezza.
Enzo si allentò il colletto del maglioncino profondamente a disagio. Aveva le orecchie talmente rosse che sembravano potessero andare a fuoco da un momento all’altro. Fece per dire qualcosa ma l’autobus si fermò improvvisamente e ogni rumore si spense. Le porte si aprirono, la vecchina scese. Non salì nessuno. Pochi secondo dopo, il mezzo riprese la sua chiassosa marcia. Il rombo sordo del motore tornò a coprire ogni compromettente discorso.
«Tu sei pazzo!» esclamò a quel punto guardando fisso di fronte a sé. «Neanche ci conosciamo, ci siamo visti due volte e vieni a propormi di far fuori qualcuno.»
Mi limitai a sorridere senza dire nulla. La cosa sembrò mandarlo in bestia.
«Io… io potrei anche denunciarti, lo sai?»
«Non lo farai.»
«E chi lo dice? Tu non mi conosci… tu…»
«Chi denunceresti? Non sai nulla di me, non sai chi sono, non sai dove abito. Hai un numero di telefono, intestato a una società fittizia. Non potrai mai risalire a me. Io invece potrei ritrovarti quando voglio. E lo sai.»
«Mi… mi stai minacciando…?» domandò con voce strozzata.
«Assolutamente no. Ti sto offrendo soldi. Tanti soldi.»
Per la prima volta da quando avevamo iniziato quella conversazione, con mio grande disappunto Enzo si voltò a fissarmi. Io lo fulminai con lo sguardo. Lui aprì la bocca come per urlarmi contro qualcosa, poi tornò rapidamente a darmi le spalle.
«Un mucchio di soldi in contanti… pensaci bene ragazzo» bisbigliai alitando sulle sue orecchie infuocate. «Pensaci bene perché un’occasione così non ti ricapiterà mai più.»
Allungai un braccio e pigiai il pulsante per la richiesta di fermata. L’autobus quasi inchiodò, io mi alzai velocemente e scesi dal mezzo senza più degnarlo di uno sguardo. L’amo era stata buttato. Dovevo solo aspettare che il pesciolino abboccasse.
Avvenne prima di quanto credessi. Neanche il tempo di rientrare in casa che il mio cellulare trillò. La voce di Enzo all’altro capo della linea.
«Quanti?»
«Non al telefono.»
«Dimmi quanti» urlò lui. Sembrava disperato.
«Cinquantamila persone allo stadio» risposi con noncuranza. «Tutte insieme.»
Lo sentii trattenere il respiro, poi ingoiare rumorosamente un fiotto di saliva.
«Dobbiamo vederci, subito!» rantolò.
Non capivo il perché di tutta quella fretta, ma decisi di assecondarlo. A quel punto tanto valeva andare dritto fino in fondo. «Dove sei ora?» domandai.
«Appena sceso al capolinea.»
«Rimani lì.» Riattaccai senza attendere risposta.
Era una serata gelida. Alla fermata dell’autobus Enzo tremava di freddo e di paura. Il suo lungo e liso soprabito sventolava sotto i fendenti di un vento gelido che era presagio di tempesta.
Mi vide arrivare a piedi e rimase sorpreso. Aveva pensato a un nuovo incontro sull’autobus, probabilmente gli era parsa una trovata ingegnosa. Gli spiegai che non bisognava mai ripetere due volte gli stessi gesti. Rimase colpito. Capì che non trascuravo alcun aspetto.
«Chi devo far fuori?» mi chiese a quel punto sulle spine.
«Mia moglie» biascicai.
Sorrise. «L’avevo immaginato. Cinquantamila hai detto?»
Annuii.
«Parliamo di euro, vero?»
Non mi degnai neanche di rispondergli.
«Giusto per essere sicuro» si giustificò. «Per quando dovrebbe essere?»
«Dopodomani mattina.»
Trasalì, ma non fece commenti. «Parlami di questo tuo piano perfetto» disse invece. «Son curioso.»
Parlai a lungo. Seduti uno di fianco all’altro alla fermata deserta dell’autobus, gli spiegai per filo e per segno ogni cosa. Enzo ascoltava con attenzione. Non mi interruppe mai. Non una domanda, non un’osservazione.
Gli snocciolai il mio piano nel miglior modo possibile, mettendo in evidenza come non avessi tralasciato alcun particolare. Avevo previsto qualsiasi cosa. Si disse profondamente impressionato. Gli chiesi se adesso fosse convinto anche lui che nulla sarebbe potuto andare storto. Mi rispose di sì, che avevo calcolato tutto fin nei minimi dettagli. Non aggiunse null’altro.
Ci stringemmo velocemente la mano. Nel farlo gli allungai una busta bianca con dei soldi dentro. Un piccolissimo anticipo.
Tornai a casa. Quella notte dormii beatamente come non mi capitava ormai da mesi. Mia moglie al fianco.

 

FINE I PARTE

Appuntamento a domenica, ore 21:00, per il secondo e ultimo capitolo del racconto

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