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Il delitto quasi perfetto – di Luigi Sorrenti, 2° parte

 

Il giorno dopo, uno scialbo 27 dicembre lavorativo, la gioiosa macchina da guerra si mise in moto.
Mi svegliai di buon ora, doccia, colazione, pantaloni, giacca e cravatta. Scarpe di vernice nera. Fazzoletto nel taschino. Fugace quanto falso bacio sulle labbra rigorosamente serrate di mia moglie. Borsa in pelle piena di carte e documenti. Macchina da novantamila euro in moto. La strada deserta verso l’ufficio.
Nel parcheggio aziendale ebbi come unica accortezza quella di sistemare la vettura più lontana possibile dagli occhi indiscreti del vecchio Donizetti, il custode infreddolito nel suo gabbiotto metallico.
Evitai di proposito di inserire l’allarme. Presi l’ascensore che mi portò direttamente all’ultimo piano. Entrai nel mio ufficio. Chiamai subito la mia segretaria chiedendole di prenotarmi un volo per Milano.
«Si va a concludere l’affare con i coreani» spiegai. Una precisazione inutile ma che mi sentii di dover dare.
«Dottore, ma non c’è affatto bisogno» ribatté lei piuttosto sorpresa. «Possiamo mandarci qualcun altro, in fin dei conti si tratta solo di…»
«Stia tranquilla, Teresa» la interruppi con tutto il garbo di cui disponevo in quel momento. «Ho deciso di occuparmene personalmente. Prenoti il volo e non si preoccupi d’altro.»
Lei si ricompose subito. «Certamente, dottore. Non volevo intromettermi… insomma…» chiuse la telefonata bofonchiando qualche parola di scusa.
Mi rilassai sulla poltrona in pelle. Stesi le gambe e un’idea perversa cominciò a solleticare la mia mente. Un’idea che avrebbe reso la mia vittoria ancora più dolce.
Alzai nuovamente il ricevitore. La stessa voce femminile mi rispose con fare civettuolo.
«Mi dica, dottore.»
«Scusami se ti disturbo ancora, Teresa, mi servirebbe che prenotassi per stasera un tavolo per due al solito posto.»
«Per che ora?»
«Alle nove andrà più che bene. Ah… Teresa… subito dopo contatta mia moglie. Dille che non può assolutamente mancare.»
Il resto della giornata lavorativa proseguì senza ulteriori sussulti. Poco dopo le sei lasciai l’ufficio. Aspettai un breve momento in cui il parcheggio fosse completamente deserto, poi andai deciso verso la mia automobile. Avvolsi l’impermeabile attorno al braccio e colpii con forza il finestrino anteriore destro. Il vetro andò in frantumi senza alcun rumore.
Sistemai l’impermeabile nel portabagagli, lisciandolo con cura. Tornai indietro verso il gabbiotto.
«Donizetti!» urlai. «Cosa cazzo è successo alla mia macchina?»
Lo vidi sobbalzare sulla sedia. Mi fissò con aria stravolta e si sorbì interamente le mie grida.
Non seppe spiegarmi l’accaduto. Imbarazzato e confuso continuava a balbettare di non essersi mai allontanato dal proprio posto e ovviamente di non aver visto alcuna persona sospetta nel parcheggio.
«Le hanno rubato nulla, dottore?» mi chiese infine.
Ecco la domanda che tanto aspettavo. «Un paio di occhiali da sole e un mazzo di chiavi che avevo nel cruscotto» risposi fingendo profondo rammarico. Sospirai. «Le chiavi di casa. Vado subito a sporgere denuncia.»
Lasciai il parcheggio, raggiunsi la più vicina stazione di polizia e denunciai il furto. Il giovane agente che aveva registrato il misfatto mi raccomandò di far cambiare al più presto la serratura di casa.
«Al più presto» confermai con un sorriso.
La tappa successiva fu la bottega del fabbro a un paio di isolati di distanza dal mio lussuoso appartamento. Mi premunii di arrivare proprio nel momento di chiusura.
Il fabbro storse la bocca. «Non si lasciano mai le chiavi di casa in macchina» sentenziò con l’aria di chi la sapeva lunga.
Abbozzai un sorriso imbarazzato. «Quando può venire?» domandai.
L’uomo guardò l’orologio appeso alla parete. Sbuffò.
«Ormai è tardi. A quest’ora c’è un sovrapprezzo e insomma…»
«Non si preoccupi» lo rassicurai. «Facciamo pure domani mattina, d’accordo?»
«Se va bene a lei» ribatté l’altro dubbioso. «A che ora?»
«Alle dieci. A mia moglie piace dormire.»
Ci salutammo dandoci appuntamento per il giorno dopo.
Inutile a dirsi, il mio piano procedeva a gonfie vele. Tornai a casa e lasciai la macchina con il finestrino infranto in garage. Una doccia veloce, un cambio d’abiti. Quindi chiamai un taxi.
Arrivai al ristornate un po’ in anticipo. Mi sistemai al tavolo che avevo prenotato. Un tavolo da non meno di trecento euro a persona.
Mia moglie fu stranamente puntuale. Scese anche lei da un taxi avvolta in uno splendido abito turchese. Entrò nel ristorante. Il maitre la accolse allo stesso modo in cui avrebbe accolto la regina d’Inghilterra. L’accompagnò al mio tavolo. Mi alzai per riceverla con tutti gli onori.
«Ciao» mi salutò mentre prendeva posto. Sorrideva, ma era un sorriso forzato. Ebbi il dubbio che sospettasse qualcosa e il mio cuore cominciò a battere più in fretta. Poi realizzai che era semplicemente sorpresa da quell’insolito invito.
«Ciao, amore» cinguettai. «Sei bellissima.»
«A cosa devo questo onore?» domandò lei, eludendo qualsiasi convenevole.
«Oh, nulla di che. In ufficio stiamo chiudendo un affare piuttosto importante. Domattina sarò a Milano per le firme e insomma… volevo condividere con te questo momento.»
Mia moglie annuì in maniera quasi impercettibile. Era evidente che non riusciva a capire pienamente quanto stava accadendo e ciò la infastidiva. Tentò di fare buon viso a cattiva sorte.
«Ho fatto male per caso?» azzardai.
Lei mi sorrise. «No, no, affatto.» Esitò un lungo momento come se cercasse le parole adatte. La sua voce aveva però perso la nota tagliente di qualche istante prima. Forse si stava rilassando.
«Dunque festeggiamo?» chiese.
«Sì. Io e te soli.» Allargai le braccia come se volessi accoglierla al mio petto. «È tanto, tanto tempo che non passiamo una serata romantica insieme.»
Il cameriere versò il vino. Alzai il calice verso di lei. I nostri bicchieri si sfiorarono appena.
«Prosit» brindò.
«Alla tua» affermai con eccessivo entusiasmo guardandola dritto negli occhi. Meno di dodici ore e sarebbe stata cadavere.
Bevvi di gusto. Schioccai le dita. Un tipo impettito si avvicinò per prendere le ordinazioni.
Passai il resto di quella serata a fingere di sorridere, a discorrere di banalità, ma la mia testa era chiaramente altrove. Sapevo che nulla sarebbe potuto andare storto, eppure continuavo a scandire nella mente i passi che avrei dovuto compiere per condurre a buon fine il mio disegno omicida.
Ero estremamente sicuro di me stesso e del piano che avevo escogitato, ma nel contempo ero consapevole che buona parte della riuscita dipendeva da Enzo. Certo, avevo ridotto al minimo le possibilità di un suo errore, certo avevo fatto sì che il suo compito fosse di una banalità quasi disarmante, eppure… eppure la tensione continuava a salire.
Quando rientrammo in casa, mi accoccolai sul divano davanti alla TV, cercando disperatamente di rilassarmi. Ma fu del tutto inutile.
Mi alzai indispettito, mi imbottii di Valium e corsi a infilarmi sotto le coperte. Presi sonno quasi subito. Non so cosa sognai, probabilmente nulla.
La mattina dopo, alle 6.00 in punto ero già in piedi. Quello era il grande giorno.
Preparai ogni cosa in maniera meticolosa.
Feci colazione con un semplice caffè macchiato. Andai sotto la doccia. Mi rasai con estrema cura. Tornai in camera da letto e rimasi un lungo secondo a rimirare mia moglie ancora addormentata. Quasi per una sorta di perverso masochismo, riportai alla mente tutti i più bei ricordi che mi legavano a lei. La sera in cui la conobbi, la mia corte serrata, il primo appuntamento, il primo bacio, il fidanzamento, il matrimonio, tempi lontani in cui ancora eravamo felici.
Eppure niente di tutto ciò riuscì a scalfire il mio cuore. Neanche per un secondo fui sopraffatto dal rimorso. Ancora un paio d’ore e tutto sarebbe finito.
Mi vestii. Andai nel mio studio, aprii il primo cassetto della scrivania che mantenevo gelosamente chiuso a chiave. Tirai fuori corposi fasci di banconote custoditi lì da tempo immemore. Li nascosi nel portaombrelli all’ingresso. Era importante che Enzo recuperasse subito i soldi di modo che, a lavoro concluso, potesse scomparire per sempre e non avessimo più alcun motivo per rimanere in contatto. Era infatti molto probabile che per qualche tempo dopo la morte di mia moglie io sarei stato pedinato o comunque messo sotto stretto controllo dalla polizia.
Preparai la mia ventiquattrore. Poche cose essenziali per un’intera giornata da trascorrere fuori.
Andai in soggiorno, frugai nella borsa di mia moglie. Trovai le chiavi e tolsi dal mazzo quella d’ingresso. Me la infilai in tasca. Lasciai la borsa in bella vista sul tavolo al centro della stanza.
Entrai in cucina, misi sul gas un pentolino con dell’acqua.
Quando iniziò a bollire, aggiunsi una bustina di tè, un cucchiaino di zucchero e una discreta quantità di sonnifero.
Avrei potuto usare dei guanti, ma non lo feci. Tutto si sarebbe dovuto svolgere nella più completa normalità. La scientifica avrebbe dovuto trovare su ogni cosa le mie impronte, così come quelle di mia moglie. Era ancora casa di entrambi, che diamine!
Devo ammettere che probabilmente il sonnifero non sarebbe stato necessario. Enzo avrebbe sicuramente trovato mia moglie ancora addormentata per un rapido epilogo della vicenda. Molto difficilmente infatti la mia cara e amata consorte soleva sollevare il suo beneamato deretano prima delle dieci del mattino.
La prudenza tuttavia non era mai troppa. Hitchcock doveva pure avermi insegnato qualcosa. Non potevo permettere che il mio complice incontrasse la minima difficoltà e con quelle poche gocce gli avevo completamente spianato la strada. Non c’era più alcuna possibilità di errore.
Suonarono alla porta. Controllai l’orologio e sorrisi. Era in perfetto orario.
Andai ad aprire e accolsi in casa la nostra domestica. La istruii su alcune inutili commissioni che avrebbe dovuto compiere quella mattina. Mentre parlavo la invitai a seguirmi. Tornai in cucina, presi il vassoio e lo portai in camera da letto. La domestica si fermò rispettosamente sulla soglia. Non era importante entrasse nella stanza, era invece fondamentale che vedesse la mia dolce metà ben viva a quell’ora del mattino.
Poggiai il vassoio sul comodino facendo tintinnare di proposito l’argenteria. Mia moglie aprì gli occhi. Vide la tazza fumante. Mi sorrise.
«Il tuo tè, cara. Appena fatto.»
Lei annuì assonnata.
Mi chinai e le baciai una guancia. Giuda non avrebbe saputo far di meglio.
Andai a prendere il cappotto. Lo infilai, presi la ventiquattrore. La domestica sempre alle calcagna. Le diedi le ultime istruzioni.
«Tutto chiaro, dunque?»
Quella rispose snocciolandomi uno a uno i compiti che le avevo assegnato.
Annuii soddisfatto. «Mi raccomando, per le otto ti voglio già fuori di casa. E nel frattempo lascia riposare la signora.»
«Certo, dottore. Riassetto un po’ la cucina e vado.»
Feci un ultimo giro, assicurandomi che tutto fosse in ordine e non stessi dimenticando nulla. Quando passai per un’ultima volta davanti alla camera di mia moglie, la vidi seduta sul letto con la tazza in mano. Sollevai una mano in segno di saluto.
Uscii, richiudendo con delicatezza la porta di ingresso dietro di me.
Tolsi la chiave di mia moglie dalla tasca e la infilai in una cucitura dello zerbino.
Quindi mi lasciai tutto alle spalle.
Il taxi che avevo prenotato la sera prima era già fermo ad aspettarmi.
«All’aeroporto» ordinai.
L’aereo iniziò a rollare sulla pista alle 8.35 del mattino. Spaccava il secondo.
Aspettai il completo decollo poi reclinai leggermente lo schienale. Chiusi gli occhi e mi abbandonai ai miei pensieri.
Mia moglie a quell’ora dormiva profondamente sotto l’effetto del sonnifero.
La domestica era in fila alla posta per pagare alcune bollette, la prima di una lunga serie di commissioni.
Enzo era in metro, completamente disarmato, così come mi ero raccomandato.
Io ero su un aereo in viaggio verso Milano.
Nulla sarebbe potuto andare storto.
Chiusi gli occhi, mi addormentai cullato da quei rassicuranti pensieri. Mi svegliai poco prima di atterrare. Erano le nove e trenta.
Ormai doveva essere tutto finito.
Enzo aveva già svolto il suo compito. Era arrivato davanti alla porta di casa. Aveva preso la chiave dalla cucitura dello zerbino. Era entrato senza fare il minimo rumore.
Si era diretto in cucina per impossessarsi del coltellaccio che usavamo per tagliare la carne. Quindi era andato in camera da letto. Aveva trovato la bella mogliettina profondamente addormentata. Un paio di coltellate ben assestate. Nulla di troppo difficile, un po’ come tirare fendenti a una bambola. In seguito aveva messo a soqquadro la casa per simulare un furto.
Prima di andar via aveva rimesso la chiave nella borsa di mia moglie e recuperato il denaro dal portaombrelli. Denaro che non poteva essere assolutamente ricondotto a me. I movimenti sui miei conti erano assolutamente nella norma.
Infine era uscito tranquillamente dal mio appartamento per non ritornarci mai più. Per scomparire per sempre dalla mia vita.
Poche, semplici azioni e cinquantamila euro erano magicamente volati nelle sue tasche.
La polizia non avrebbe trovato alcun segno di scasso sulla porta, ma avevo una denuncia firmata che attestava il furto di un mazzo di chiavi. Il fabbro stesso avrebbe testimoniato a mio favore.
Quasi sicuramente la scientifica avrebbe trovato tracce di sonnifero nel corpo di mia moglie. Ma non era un problema. Lei ne faceva ampio uso. Il suo medico e il suo farmacista l’avrebbero potuto tranquillamente testimoniare.
Infine – particolare non di secondaria importanza – la domestica avrebbe dichiarato senza timore di smentita che mia moglie era ancora viva e vegeta nel momento in cui io avevo lasciato l’appartamento per dirigermi verso l’aeroporto.
Inutile, il delitto perfetto era mio.
L’unico dubbio riguardava quanto tempo sarebbe trascorso prima che venissi raggiunto dalla notizia. Mi chiedevo fra quanto la polizia mi avrebbe chiamato per avvisarmi del funesto evento.
Il comandante annunciò che ci stavamo preparando all’atterraggio, a Milano il cielo era sereno e la temperatura di 4 gradi centigradi.
Non appena l’aereo si fermò e furono aperte le porte, accesi il cellulare.
Rimasi a guardarlo con un po’ di apprensione. Nessuno aveva provato a chiamarmi. Nessuno mi aveva mandato un messaggio. Questo era un buon segno.
Difficilmente, se per un qualsiasi motivo mia moglie fosse scampata all’aggressione, avrebbe mancato di contattarmi, letteralmente terrorizzata, per pretendere il mio immediato rientro.
Scesi dall’aereo. Non avevo valigie da recuperare, così mi diressi a passo veloce verso l’uscita. Due poliziotti si erano piazzati dinanzi alla porta a vetri e scrutavano attentamente i passeggeri che sfilavano davanti a loro.
Uno dei due, il più giovane, aveva un foglio in mano con una foto stampata sopra. Quando posò i suoi occhi su di me, parve illuminarsi. Diede un ultimo sguardo alla foto, poi mi si fece incontro.
«Signor Maltese?»
«Sì, sono io.»
Dovevano già avere scoperto il cadavere. Un po’ presto per il fabbro, probabilmente era stata la cuoca o la governante.
L’agente più giovane si irrigidì, mentre il suo compare si fece avanti. Un lungo silenzio intercorse fra noi. Io assunsi un’espressione ottusamente interrogativa quando invece sapevo bene che stavano cercando le parole adatte per comunicarmi che ero improvvisamente e dolorosamente diventato vedovo. Dovetti serrare con forza la mascella per non scoppiar a ridere sulle loro facce corrucciate.
«Signor Maltese» esordì a quel punto l’anziano un po’ a disagio. Stava provando a far ricorso a tutto il tatto di cui disponeva. «Le dispiacerebbe seguirci in un luogo meno affollato gentilmente?»
Avevano deciso di prendere tempo. Probabilmente si aspettavano una scenata.
«È successo qualcosa?» chiesi con tono innocente.
«Ci segua, per favore» intervenne il giovane indicando la sala d’aspetto della prima classe. «È una questione piuttosto delicata e in quel salottino potremo parlare tranquillamente.»
Finsi un’aria vagamente preoccupata. «Non tenetemi sulle spine. Di cosa si tratta?»
Non risposero. Si avviarono a passo marziale verso la saletta che mi avevano indicato. Li seguii continuando a fingere una certa agitazione.
Entrammo. Il più giovane si chiuse la porta alle spalle.
«Signor Maltese…» ripeté per l’ennesima volta l’anziano. Poi si schiarì la voce con un colpo di tosse.
Ci siamo, pensai. Dovevo prepararmi alla parte del marito affranto e sconvolto.
L’anziano sospirò con rammarico. Quindi snocciolò tutto d’un fiato:
«Signor Maltese… lei è in arresto per il tentato omicidio di sua moglie. Ci sono prove inconfutabili nei suoi confronti.»
Rimasi paralizzato.
«La informiamo che qualsiasi dichiarazione possa rilasciare da questo momento in poi, potrebbe essere usata contro di lei.»
Cominciai a boccheggiare.
«Se vuole seguirci, ora andiamo in caserma» seguitò a dire imperterrito l’anziano. «Di lì potrà chiamare il suo avvocato.»
«Ma… ma…» stavolta ero davvero sconvolto. «Io… io… cosa state dicendo?… mia moglie… come sta?»
«Benissimo, signor Maltese. Lei invece non so proprio come starà dopo il processo.»
Il giovane si portò silenziosamente alle mie spalle. Con rapidi movimenti mi bloccò le mani dietro la schiena. Neanche il tempo di accorgermi di quanto stava accadendo e sentii scattare le manette. Non posso neanche descrivere quello che mi passò per la mente in quel frangente.
Rimasi lì, impietrito, lo sguardo ebete, la bocca semiaperta, gli occhi sgranati.
Il processo fu una mera formalità. Le prove contro di me si rivelarono schiaccianti.
Abbassai il capo quando l’accusa fece partire la registrazione del colloquio fra me e Enzo al capolinea del 34 barrato.
Fui condannato a quindici anni di carcere. Il fatto che nessuno si fosse fatto male e che io mi fossi dichiarato colpevole ridusse la mia pena, ma non impietosì più di tanto la giuria. Il padre di mia moglie mosse tutte le sue influenti carte perché la mannaia della giustizia si abbattesse con vigore su di me. Poi, manco a dirlo, durante il dibattimento emersero anche le prove dei miei ripetuti furti alle casse aziendali. Il movente economico rese tutti – opinione pubblica compresa – molto poco ben disposti nei miei confronti.
La prima notte in cella è stata l’esperienza peggiore della mia vita. Non la dimenticherò mai.
Adesso, solo adesso, dopo tante notti e tanti giorni passati in quel fetido tugurio, va un po’ meglio. Ma solo un po’. Manca ancora troppo alla fine di tutto.
A volte ripenso al passato. Alle scelte che ho fatto. Agli errori che ho commesso.
Più ci penso e più mi convinco che se sono qui adesso è solo perché il Diavolo ci ha messo il suo dannato zampino.
Che ci crediate o no, il mio era davvero il delitto perfetto.
Ah, se solo mia moglie non avesse improvvisamente deciso di lasciare il suo giovane e squattrinato amante qualche giorno prima del Natale.
Ah, se solo quella sera al Miraggio ad annegare nell’alcool le sue delusioni d’amore a un tavolo vicino al mio non fosse arrivato proprio quel dannatissimo Lorenzo.

3 commenti su “Il delitto quasi perfetto – di Luigi Sorrenti, 2° parte

  1. Marta ha detto:

    Letto tutto di un fiato come la prima parte, bellissimo colpo di scena!
    Marta

  2. Marco ha detto:

    ahahah bel finale, anche se il piano lo trovo un po’ inverosimile 😉

  3. Omar ha detto:

    Niente di paragonabile ai libri che a mio parere sono veri e propri gioielli, comunque racconto simpatico, piacevole e molto scorrevole. La mano, è indubbio, c’è ed è notevole.

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